La psicologia nell’anziano – di Maria Pia Sulprizio

Secondo Erikson, psicologo e psicoterapeuta americano, il compito dell’età matura sta nel raccogliere quanto si è seminato; la sensazione di non essere riusciti a fare quello che si sarebbe voluto  porta la persona a rimpiangere il tempo ormai trascorso. Il fatto che l’anziano non sia soddisfatto della vita trascorsa  puo’ generare un senso di inadeguatezza  che porta all’isolamento e al rifiuto del contatto sociale. Spesso dietro il disprezzo verso le persone si nasconde il senso di angoscia e la disapprovazione che la persona nutre nei confronti di sé stessa. Però, se la vita ha dato delle soddisfazioni alla persona , può avere un senso di completezza, sentendo di avere speso bene la propria vita e riuscendo ad essere attiva e vitale nonostante gli acciacchi dell’età.

Ai nostri tempi il ruolo dell’anziano è stato rivalutato rispetto al passato:  si ha un aumento della durata della vita media,  e la psicologia guarda  a lui come soggetto “unico” che si discosta dalla persona adulta e che ha dei bisogni diversi e caratteristiche affettive particolari. L’anziano è preso in considerazione in quanto consumatore di prodotti  culturali e ricreativi, e la nostra società gli offre una vasta gamma di possibilità come il ballo, i concerti, la lettura dei quotidiani messi a disposizione nelle biblioteche e corsi di ginnastica per la terza età. Le università della terza età offrono corsi, convegni  e viaggi organizzati a scopo culturale.

E’ passato il periodo in cui si pensava  che l’anziano potesse essere solo un nonno senza piu’ una vita sociale e sessuale….molti anziani, e/o vedovi si rifidanzano e con la propria compagna/o scoprono nuovi modi di scoprire e assaporare la vita anche in termini sentimentali e sessuali. La foga della passione giovanile si è ridotta e viene sostituita dalla tenerezza, dalla complicità e dal piacere di stare insieme. I figli oramai sono adulti…non bisogna piu’ pensare a loro ed essere nonni è una piacevole e tenera sensazione.

Dalle ricerche psicologiche si è dedotto che ci sono vari modi positivi di interpretare il ruolo del nonno/a:

Il nonno con cui ci si diverte, si va a passeggio, si gioca;

Il nonno che narra la storia della famiglia e interpreta il ruolo del saggio;

Il nonno che in parte sostituisce la figura del genitore.

Questo ultimo ruolo crea problemi, ma visto che i genitori in genere stanno molto tempo fuori casa per questioni lavorative, puo’ accadere che il nonno prenda il posto della mamma o del papà creando nel ragazzo una confusione di ruoli. In genere si crea un antagonismo tra il nonno e la figura genitoriale. I nonni sono importantissimi. In una società con pochi servizi a disposizione dei genitori, essi  sono portatori di risorse fondamentali senza  le quali la nostra società andrebbe in crisi. Siamo però consapevoli che in un contesto a misura di persona i servizi sociali sono molto importanti mentre in altri paesi sono all’avanguardia: ad esempio nel nord Europa ci sono gli asili condominiali dove le mamme portano i loro bambini, e ci sono forme di assistenza ai genitori che per noi in Italia sono alquanto futuristiche.

Essere nonni non esclude essere ancora attivi e partecipi nella società…Avere interessi e crearsene di nuovi è importantissimo! Lo stato di depressione secondo gli studiosi porta ad un declino fisico ed intellettivo, può portare anche a precoci stati di demenza.E’ importante tenere allenata la mente ed occuparsi di qualche cosa di interessante che possa  generare una “passione”. La pensione puo’ essere vissuta come possibilità di occupare il tempo libero in attività piacevoli; ma alle volte rischia  di diventare per alcuni un fatto drammatico. Chi non si è creato degli hobby  nel corso della propria vita avrà sicuramente maggiori difficoltà ad organizzare i propri spazi e maggiori possibilità di essere colto da momenti di tristezza e solitudine.

Il distacco dai figli che pianificano la loro vita lontano dal nucleo familiare puo’ in alcuni casi portare alla sindrome del nido vuoto. “Si definisce sindrome del nido vuoto quel particolare stato psicologico che colpisce i genitori nel momento in cui i propri figli (in genere perché si sposano o vanno a vivere da soli) lasciano la loro abitazione” (cit. Wikipedia). La sindrome del nido vuoto può essere il punto di partenza dei più diversi disordini nevrotici e psicosomatici, che spesso si esprimono nei sintomi cosiddetti fisiologici del climaterio. Così avviene che la soppressione dei sentimenti di angoscia e di paura, trasformati in sintomi, diventano a livello emotivo più facilmente accettabili e gestibili. Tutto ciò avviene tramite dei meccanismi di traslazione.

Per un padre e una madre, la sindrome del nido vuoto è una situazione nella quale  fronteggiano solitudine e abbandono: improvvisamente, si ritrovano in una casa (il nido appunto) vuota dove per molti anni sono stati invece abituati ad allevare la loro prole. Se non riescono a superare il disagio, i genitori nel tempo diventeranno degli anziani disturbati. “Le madri sono maggiormente colpite dalla sindrome del nido vuoto in quanto, spesso, le donne si trovano in questa situazione durante fasi di forte stress quali la menopausa o la cura dei genitori anziani. Tipicamente si hanno stati depressivi associati a forti sentimenti di tristezza o di dolore. Si entra poi in uno stato di angoscia, lo stesso associato in genere a situazioni di lutto. Come il lutto, la “sindrome del nido vuoto” può essere considerata normale e fisiologica, ma si considera patologica qualora persista troppo a lungo, trasformandosi in depressione. Se non riescono a superare il disagio i genitori nel tempo diventano degli anziani disturbati” (cit. Wikipedia).

In generale, il disadattamento dell’anziano non deriva solo  dal declino intellettuale, ma piuttosto da fattori emotivi come la mancata integrazione sociale, la cessazione della vita lavorativa e la mancanza di interessi e passioni che lo rendano “vivo”. E’ abbastanza usuale vedere nelle nostre città aggirarsi dei vecchi soli inclini alla malinconia che vivono sentimenti di abbandono. Una terapia di valido aiuto è quella di occuparsi di altro da sé: fare volontariato a favore di persone svantaggiate , occuparsi di una bestiola, cane o gatto che siano, che facciano sentire la persona utile per qualcuno e portino l’anziano ad uscire di casa (nel caso del cane) per fare delle passeggiate quotidiane. La pet-therapy infatti si sta sempre piu’ affermando sia per i disabili che per gli anziani depressi.  L’amico a 4 zampe aiuta a trovare il sorriso e fa bene sia alla psiche che al fisico, tanto da aver permesso di portarlo negli ospedali e case di riposo.

In conclusione i benefici che puo’ trarre un anziano dalle attività sopra descritte sono molteplici. Certo non si puo’ fare tutto, bisogna trovare il giusto equilibrio ma è importante non darsi per vinto una volta raggiunta la cosiddetta terza età e continuare a vivere anche se a volte puo’ sembrare faticoso.

Gli effetti che produrrà “vivere la vita”, saranno sicuramente positivi.

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